Il terno Mafia, Presidenza della Regione e Udc sembra uscito di nuovo sulla ruota di Palermo.
Sarebbe arrivata la volta di Raffaele Lombardo, presidente della Sicilia e leader del Movimento per le autonomie. Confermata da ambienti giudiziari qualificati catanesi la notizia di un’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del governatore siciliano Raffaele Lombardo, riportata oggi dal quotidiano «La Repubblica». L’accusa per Lombardo sarebbe di "concorso esterno in associazione mafiosa": insieme a lui sarebbero indagati il parlamentare regionale dell’Udc Salvino Fagone e il fratello del presidente, Angelo Lombardo, parlamentare nazionale del Movimento per l’autonomia. Nel dossier della procura etnea i rapporti con il boss Vincenzo Aiello. Quest'ultimo è stato arrestato qualche mese fa durante un summit in cui si discuteva se aprire o meno una guerra contro le bande criminali catanesi, degli appalti da gestire e di come "comunicare" con il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo che - una volta eletto a capo del Governo Siciliano - aveva eretto una vera e propria barriera per evitare intercettazioni telefoniche e "contatti" compromettenti. L'autista di Angelo Lombardo sarebbe stato il "tramite" tra i rapporti del governatore con Aiello.
Nelle tremila pagine dell'inchiesta spiccano le rivelazioni di un pentito e le intercettazioni telefoniche e ambientali che documenterebbero i contatti tra il capo assoluto della mafia catanese, Vincenzo Aiello, e i fratelli Lombardo.
«E' un'accusa che non sta né in cielo né in terra» ha detto il governatore Lombardo, specificando di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia.
La Procura di Catania non commenta la notizia di Repubblica sulla presunta indagine a carico del presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo. "In relazione alla notizia di Repubblica non ho dichiarazioni da fare - dice Vincenzo D'Agata, procuratore capo di Catania intervistato da Skytg24.
Non è la prima volta che Lombardo si trova a tu per tu con la giustizia.
Il 22 aprile 1992, nell'ambito di un'inchiesta riguardante irregolarità in un concorso pubblico all'Asl 35 di Catania, venne arrestato con l'accusa di interesse privato in atti d'ufficio e abuso d'ufficio e condannato in primo grado. Dimessosi da assessore in dipendenza da tale condanna, Lombardo venne poi assolto in appello.
Il 23 luglio 1994 è nuovamente arrestato per associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione per lo scandalo di un appalto da 48 miliardi di lire per i pasti all'ospedale Vittorio Emanuele II di Catania: secondo l'accusa, un comitato d'affari composto da Rino Nicolosi, Salvo Andò, Antonino Drago e lo stesso Lombardo avrebbe garantito l'appalto all'azienda dell'ex presidente dell'Inter Ernesto Pellegrini, in cambio di una tangente di 5 miliardi di lire. Il 17 marzo 2000 Pellegrini patteggia ammettendo di avere versato la tangente ad alcuni politici, tra cui Lombardo, ma i giudici finiscono per considerare quel denaro solo un regalo: il reato venne derubricato a finanziamento illecito ai partiti.
fonte: repubblica.it, polisbliog.it,
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AGGIORNAMENTI:
- E' stato aperto un fascicolo sulla fuga di notizie da parte della procura di Catania dopo che la notizia dell'apertura di un'inchiesta a carico del presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, e' stata pubblicata dal quotidiano nazionale "La Repubblica". Lo rende noto l'ANSA che garantisce che la notizia è trapelata da fonti qualificate. Il fascicolo per competenza, dopo gli atti iniziali, sarà trasmesso alla Procura di Messina.
- Leoluca Orlando ex sindaco di Palermo e esponente siciliano dell’Italia dei Valori: “Se le notizie venissero confermate, riteniamo doveroso che il presidente della Regione Lombardo abbia la sensibilità nonché la responsabilità istituzionale di dimettersi”
- Dietro la pubblicazione della notizia dell'inchiesta a carico del presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, "c'è una matrice politica". Lo ha detto all'Adnkronos il procuratore capo di Catania Vincenzo D'Agata, che aggiunge: "Oppure è stata diffusa per una contrapposizione di natura politica".

Le vicende giudiziarie e i rapporti con le associazioni mafiose di chi ricopre importanti cariche pubbliche appannano la trasparenza delle istituzioni, alimentano sfiducia nei cittadini, contribuiscono a diffondere un giudizio sulla politica come "cosa sporca". Se il presidente è indagato per i suoi rapporti con la mafia, già per questo dovrebbe rassegnare le dimissioni a prescindere dal fatto che la sua condotta integri o meno gli estremi del reato. Una cosa è il principio di innocenza, garantito dalla Costituzione sino alla condanna definitiva, altro è la dignità dell'uomo politico al quale non può sfuggire il giudizio morale della collettività e l' offesa che altrimenti arrecherebbe al cittadino sfiduciato per il solo fatto di sapere ora che un giorno, chi ricopre la massima carica istituzionale siciliana, potrebbe essere condannato per mafia.
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